Fig 7


Fig 8


Fig 9


Fig 10


Fig 11


Fig 12


Fig 13

RISULTATI
Per valutare l’andamento medio della circolazione atmosferica in una stagione invernale, è stata considerata, mese per mese, la frequenza di comparsa dei tipi di tempo: per il decennio in esame si aveva a disposizione una classificazione giornaliera dei tipi di tempo solo fino al 1994, mentre dall’anno successivo sono classificati solo gli episodi perturbati.
I dati mancanti sono stati sostituiti mediante regressione effettuata sui valori di frequenza disponibili dal 1976 al 1994; il risultato è rappresentato dal grafico di fig.7.
Le circolazioni atmosferiche che danno luogo a precipitazioni di una certa rilevanza, sono principalmente concentrate nella parte iniziale e finale della stagione invernale, mentre la parte centrale dell’inverno è caratterizzata da perturbazioni di debole intensità, che solo saltuariamente riescono a sfondare il campo di alte pressioni che domina i mesi di gennaio, febbraio e marzo. Il mese di dicembre è caratterizzato dal frequente ingresso di aria continentale da est- nord est con conseguente abbassamento delle temperature, che raggiungono i valori minimi tra la fine del mese e l’inizio di gennaio; le precipitazioni che si verificano sono per lo più di debole intensità e non variano di molto lo spessore del manto nevoso. Solo a partire dalla fine di dicembre e l’inizio di gennaio, le precipitazioni nevose cominciano ad apportare modesti quantitativi di neve fresca, grazie alla disposizione più frequente delle correnti da sud, che inducono condizioni di stau sul versante italiano delle Alpi. Il manto nevoso si presenta in questo periodo piuttosto instabile, ed il grado di pericolo è generalmente legato all’intensità delle precipitazioni ed allo spessore della neve già presente al suolo: in media si segnalano indici di pericolo moderato, a causa della scarsa coesione presentata dalla nuova neve ed alla presenza di cristalli a calice nel manto nevoso preesistente. Il persistere di tempo stabile a partire da circa la metà del mese di gennaio, consente un graduale assestamento del manto nevoso, interrotto solo momentaneamente da deboli precipitazioni. Durante il mese di febbraio si verificano in genere gli episodi più significativi di vento: è in questo mese, infatti, che si presentano con maggiore frequenza condizioni di foehn con forti raffiche dai settori settentrionali. Qualora tali condizioni apportino moderate precipitazioni nevose sull’area in esame, si assiste ad un riacutizzarsi del pericolo di valanghe per la formazione di accumuli e lastroni da vento. Anche il mese di marzo è caratterizzato da frequenti condizioni di stabilità atmosferica accompagnate spesso da temperature miti, che si protraggono fino a circa l’inizio della terza decade del mese. Il manto nevoso raggiunge i massimi spessori stagionali e le precipitazioni sono piuttosto scarse o comunque sempre di debole intensità. Durante il mese di aprile si assiste invece a frequenti comparse di circolazioni perturbate con flussi di aria umida dai quadranti meridionali, che interessano principalmente la fascia prealpina. Il manto nevoso si presenta generalmente umido e appesantito, ed i nuovi apporti nevosi innescano così il secondo periodo critico stagionale per quel che riguarda il pericolo di distacco delle valanghe. In aprile, infatti, le temperature ormai assestate su valori primaverili ed il susseguirsi di periodi perturbati, non permettono un’adeguata stabilità del manto nevoso. Solo a partire dalla seconda metà del mese ha inizio un’intensa fase di ablazione, che si traduce con la scomparsa del manto nevoso entro metà maggio oltre i 2000 metri di quota.
Sulla base dei risultati ottenuti, con l’analisi dell’andamento delle stagioni invernali comprese tra il dicembre 1989 e l’aprile 1999, è stato possibile tracciare le caratteristiche dell’inverno medio per l’area delle Alpi lombarde in esame. L’attendibilità dei risultati ottenuti è stata verificata valutando l’andamento della stagione invernale 1999-2000. Il mese di dicembre 1999 è caratterizzato nella sua prima parte da assenza di precipitazioni significative e da temperature rigide, a partire dalla terza decade del mese, per afflusso di correnti fredde da nord- est. Il manto nevoso a 2000 metri di quota presenta spessori ancora esigui (30- 50 cm) e risulta debolmente consolidato; sono presenti lastroni da vento e gli strati basali sono costituiti da cristalli angolari e brina di fondo per il persistere della basse temperature. L’indice del pericolo si mantiene moderato per la scarsa presenza della neve al suolo e per la sua disomogeneità, e solo in concomitanza con i deboli eventi di precipitazione si porta al livello di pericolo marcato. A partire dal giorno 22 le correnti fredde settentrionali si attenuano, lasciando spazio all’ingresso di flussi di correnti umide occidentali che determinano il tempo per l’ultima settimana dell’anno. I venti in quota soffiano dai quadranti nord- occidentali e si registrano nevicate di debole intensità oltre i 900 metri di quota (fig.8).
All’inizio di gennaio, il manto nevoso fa registrare spessori intorno alla media degli ultimi anni e la neve nuova non presenta buoni legami con il manto nevoso preesistente.
In questo periodo si assiste ad una fase critica per quel che riguarda il pericolo di valanghe, anche a causa dei forti venti occidentali che hanno accompagnato le precipitazioni (fig.9).
Fino alla metà del mese di gennaio l’Europa risulta sotto l’influsso di un campo di alte pressioni, che determina condizioni di tempo stabile sulle Alpi ed il progressivo consolidamento del manto nevoso. Il giorno 17 la presenza di un campo di alte pressioni sulle Isole Britanniche ed una profonda depressione con minimo sul Mar Baltico, fanno sì che la nostra regione sia interessata da forti correnti settentrionali che abbassano notevolmente le temperature. Oltre il limite boschivo la neve al suolo è caratterizzata da accumuli in dorsali ed avvallamenti.
Dal giorno 28 si assiste ad un peggioramento delle condizioni meteorologiche grazie all’ingresso di aria umida dai quadranti nord- occidentali, sospinta verso il centro Europa da una depressione sull’Atlantico. Nevica debolmente lungo le creste di confine e le nuove precipitazioni non modificano sostanzialmente la stabilità del manto nevoso (fig.10).
Durante la prima metà del mese di febbraio le Alpi sono investite da forti venti settentrionali, che abbassano sensibilmente le temperature e solo in alcuni casi danno luogo a deboli nevicate lungo le creste di confine. Le basse temperature mantengono deboli i legami tra la neve vecchia e quella recente e solo la scarsità delle precipitazioni permette di non far variare sensibilmente la stabilità del manto nevoso (fig.11). A fine febbraio l’anticiclone delle Azzorre influenza il tempo sulla nostra regione (fig.12). All’inizio di marzo il passaggio di correnti atlantiche connesse ad una depressione sulla penisola scandinava, determina deboli precipitazioni accompagnate da forti venti in quota. Il manto nevoso si presenta instabile per la presenza di lastroni superficiali poggianti sui precedenti lastroni non ancora legati al vecchio manto nevoso. Dalla seconda decade del mese l’anticiclone presente sul bacino del Mediterraneo mantiene il tempo stabile e permette l’innalzamento delle temperature; i cicli di fusione e rigelo che si instaurano in questo periodo favoriscono il consolidamento del manto nevoso. A fine marzo una depressione presente sull’Atlantico fa affluire masse di aria umida in direzione della fascia alpina da sud- ovest; il formarsi di una depressione sull’Italia settentrionale determina estese precipitazioni su tutti i settori delle Alpi lombarde. Il manto nevoso raggiunge i massimi spessori stagionali: la neve si presenta umida e debolmente consolidata (fig.13). In questo periodo s’instaura un forte pericolo di valanghe a causa delle recenti abbondanti nevicate e dei venti moderati che le hanno accompagnate. Dopo una breve pausa di tempo stabile instaurata da un debole sistema anticiclonico presente sul centro Europa, le condizioni meteorologiche tornano a peggiorare durante la prima settimana di aprile e si manterranno instabili fino all’inizio dell’ultima decade del mese. Le Alpi sono interessate da correnti umide sud- occidentali che apportano precipitazioni di debole intensità: le nevicate, caratterizzate da neve umida o bagnata, contribuiscono ad appesantire il manto nevoso innescando possibili distacchi di valanghe spontanee. A partire dal giorno 21 una fascia di alta pressione si estende sul centro Europa determinando tempo stabile sulle regioni alpine. Le temperature si assestano su valori primaverili contribuendo al progressivo consolidamento del manto nevoso che inizia la fase di ablazione, dalla fine del mese di aprile a causa dell’ulteriore innalzamento dei valori di temperatura.
L’inverno 1999-2000 si è distinto particolarmente per la frequenza di comparsa di flussi da nord- nord ovest nei mesi di gennaio, febbraio e nella prima metà del mese di marzo, che hanno fatto registrare così basse temperature e precipitazioni sempre di debole intensità, confermando la tendenza degli ultimi anni circa l’assenza di nevicate di una certa importanza nei mesi centrali dell’inverno. L’evoluzione del manto nevoso per quel che riguarda l’attività valanghiva, è stata fortemente influenzata dallo scarso spessore della neve al suolo ad inizio stagione, dai frequenti episodi di vento forte nella parte centrale dell’inverno e dalle abbondanti nevicate di fine marzo. I periodi critici registrati sono stati 3:
•durante e immediatamente dopo le precipitazioni di fine dicembre a causa dell’assenza di buoni legami tra la neve nuova e quella vecchia;
•a seguito delle deboli precipitazioni di fine febbraio a causa del forte vento che le ha accompagnate e delle basse temperature;
•durante e dopo le precipitazioni di fine marzo a causa degli abbondanti quantitativi di neve fresca e dell’umidità della neve precipitata.