Fig 1


Fig 2

LE INDAGINI ALLA VEDRETTA DI SOLDA
Questo ghiacciaio raccoglie le colate glaciali che provengono dalla articolata cresta meridionale della valle, che comprende tre bacini principali: uno occidentale, allungato alla base della parete SE del Monte Ortles, uno centrale, costituito dalla confluenza delle colate provenienti dalla parete Nord del Gran Zebrù e dagli attigui passi di Solda e della Bottiglia ed infine uno orientale, chiuso a monte da una serie di cime minori che vanno dalla Punta del Lago Gelato al Corno di Solda. Durante la massima espansione della Piccola Età Glaciale (PEG), la Vedretta di Solda raggiungeva la piana fluvioglaciale a monte del paese, ad una quota di meno di 2000 m, lasciando numerose evidenze relative alla fase di acme. E’ proprio in quest’area, che va dalla porzione meridionale della piana fluvioglaciale di Solda (dove sorge la stazione di partenza della Funivia) fino alla zona antistante le attuali fronti del ghiacciaio, che sono stati condotti studi di dettaglio per ricostruire le variazioni recenti della Vedretta di Solda e datare le diverse fasi positive che hanno dato origine alle morene.
Va ricordato che per la maggior parte dei ghiacciai alpini la PEG rappresenta la massima espansione glaciale di tutto l’Olocene, cioè degli ultimi 10.000 anni. Il suo massimo è stato raggiunto per lo più nella prima metà dell’800 e molti ghiacciai hanno deposto la loro morena frontale più esterna intorno al 1820, anche se alcuni di essi hanno anticipato la fase di acme agli ultimi decenni del 1700 (1770 circa). In realtà i primi segnali di questo periodo di recrudescenza climatica in alcune regioni possono essere fatti risalire fino al 14° secolo anche se il vero raffreddamento iniza nel 17°-18° secolo. A partire dalla fine dell’800 la PEG può considerarsi conclusa e da allora i ghiacciai hanno vissuto una fase di progressivo ritiro che oggi più che mai assume connotazioni drastiche. La fase di regresso non è stata tuttavia uniforme; le morene concentriche che possiamo osservare alle testate delle vallate alpine documentano infatti fasi di avanzata di entità via via minore osservate ovunque sulle Alpi. Le fasi classiche di progresso si sono verificate intorno al 1850 (ascrivibile ancora alla PEG), nel 1880-90, ai primi del ‘900 (non per tutti i ghiacciai) intorno al 1920 ed infine negli anni ’80 del secolo appena concluso.
L’area oggetto degli studi di dettaglio effettuati in Val Solda si estende dall’area della stazione a valle della Funivia, presso i masi Gampen, fino alla piana antistante le attuali fronti della Vedretta di Solda; essa presenta dunque quote dai 1850 ai 2350 m circa ed è caratterizzata da un salto roccioso (perpendicolare all’asse vallivo) che permette di individuare una zona superiore (sopra i 2150 m) ed una inferiore. Nella porzione inferiore, più a valle, si concentrano le evidenze geomorfologiche delle importanti variazioni frontali che hanno caratterizzato la storia glaciale della Vedretta di Solda negli ultimi 3 secoli. Nelle due zone sono presenti rispettivamente due gruppi di morene; quello ubicato a quota inferiore è costituito dalle morene 12 – 16 (vedi figura 1), poste al fondo della vasta piana fluvioglaciale della Val Solda; il secondo gruppo si trova invece sopra il salto roccioso, a circa 2200 m di quota, in un’area scarsamente vegetata (morene 7 - 10 in figura 1). Oltre a questi due gruppi di morene sono presenti altri argini morenici: in corrispondenza del salto roccioso, ad esempio, si osservano deboli tracce di morene sui versanti (n. 11); in prossimità delle fronti si trovano morene di neoformazione, deposte cioè durante l’ultima modesta fase di progresso glaciale verificatasi negli anni ’70-’80 del XX secolo; infine, le imponenti morene laterali della massima estensione della PEG racchiudono l’area interessata dai maggiori fenomeni glaciali culminati in posizione frontale con la deposizione della morena n. 16.
Oltre ad un rilevamento cartografico (condotto su tutta la valle) alla scala 1:10.000, che ha messo in luce le abbondanti evidenze geomorfologiche riferibili soprattutto alla Piccola Età Glaciale, è stato possibile utilizzare il metodo dendrogeomorfologico per datare le morene. Durante la fase di avanzata infatti il ghiacciaio ha invaso la foresta distruggendo e seppellendo la vegetazione. In questi casi il ritrovamento di tronchi sepolti ancora in situ permette di identificare la quota a cui si trovava il ghiacciaio durante una fase di avanzata in un ben preciso anno, che può essere stabilito mediante datazione incrociata tra la curva dendrocronologica ricavata dal tronco e quella standard ricavata, per la medesima specie, entro la stessa valle.
Nel caso della Val Solda è stato ritrovato un ceppo di larice immediatamente a monte del salto roccioso che caratterizza l’alta valle, ad una quota di 2200 m (foto pag 47). Da questo esemplare, liberato dal materiale in cui si trovava sepolto, è stata prelevata una rotella di forma ellittica (foto pag.48) con diametro massimo di circa 75 cm; la porzione meglio conservata, che presenta anche la corteccia, è quella che si trovava sepolta più in profondità. La presenza dell’attacco delle radici al fusto, visibile a monte, e la posizione del tronco sepolto hanno permesso di ipotizzare che il tronco stesso non sia stato trasportato, ma soltanto abbattuto dall’avanzata della Vedretta di Solda; tale ipotesi è confortata dalla presenza, a monte del luogo di ritrovamento, di un ampio affioramento roccioso, che avrebbe protetto l’albero dagli effetti dell’avanzata glaciale: il ghiacciaio potrebbe aver “scavalcato” questo dosso roccioso, creando una zona di minor erosione immediatamente a valle, dove l’albero si sarebbe più facilmente conservato (foto pag.48). La posizione attuale del tronco corrisponderebbe pertanto alla sua posizione di vita e la sua data di morte rappresenterebbe quindi la data in cui il ghiacciaio ha raggiunto il sito di ritrovamento. La data di morte della pianta è stata ottenuta mediante la tecnica del cross-dating: la rondella prelevata cioè è stata utilizzata per misurare lo spessore degli anelli di crescita e ricavare la corrispondente curva dendrocronologica che mette in relazione età e spessore degli anelli (figura 2). Questa curva è stata sincronizzata con una curva di riferimento costruita partendo da singole curve ricavate da numerosi campioni di larice prelevati da alberi viventi. Queste curve devono essere mediate tra loro e “ripulite” dai rumori di fondo mediante opportune tecniche matematiche e statistiche. La curva finale che ne deriva viene normalmente utilizzata per inserire le curve “fluttuanti” come quella ricavata dal nostro tronco sepolto e ricavarne appunto la data di morte. Nel nostro caso, la curva di crescita ricavata dal tronco sepolto è stata inserita in diverse cronologie del larice costruite per le valli del gruppo dell’Ortles-Cevedale. La correlazione visiva e matematica ha fornito come data di morte il 1654 AD: la data di germinazione, vista l’età minima del larice di 419 anni, risalirebbe pertanto al 1235 AD. Un campionamento condotto sui larici viventi, posti in corrispondenza di morene latero-frontali e tra gli argini morenici, ha inoltre consentito di collocare nel tempo la definitiva messa in posto delle morene.
Il numero di anelli relativo alla pianta più vecchia ritrovata sulle singole unità morfologiche ha consentito infine di attribuire un’età minima alle forme e ai depositi rilevati.
La vegetazione arborea si insedia infatti dopo la messa in posto e la stabilizzazione dei depositi glaciali; i campionamenti per indagini dendrocronologiche vengono normalmente effettuati all’altezza convenzionale di un metro, e, poiché nelle valli a Nord del Gruppo Ortles-Cevedale si stima che occorrano circa 15-20 anni per raggiungere l’altezza di un metro ed altrettanti affinché la vegetazione arborea possa colonizzare le morene, nella datazione delle morene con esemplari viventi di larice è stato aggiunto alla data di germinazione degli alberi un tempo di 30-40 anni.